Quattordici giorni di proteste, e decine di morti. L’agenzia Hrana fino a poche ore fa ne segnalava 72, ma alla rivista Time un medico di Teheran, in condizione di anonimato, ha dichiarato che in sei ospedali della capitale sono state registrate 217 vittime tra i manifestanti, “la maggior parte a causa di proiettili veri”. Secondo questa versione, la maggior parte delle vittime erano giovani, alcuni dei quali uccisi fuori da una stazione di polizia nel nord di Teheran, dove le forze di sicurezza hanno sparato con le mitragliatrici.
Alla Bbc, un medico e un assistente sociale di due ospedali hanno dichiarato che le loro strutture sono “sopraffatte” dall’arrivo di decine di feriti. Utilizzando la rete Starlink i sanitari hanno raccontato che il principale centro oculistico di Teheran è entrato in modalità di crisi e i servizi di emergenza sono sovraccarichi.
Per avere un quadro delle tensioni in corso si può fare riferimento alla decisione dell’ayatollah Ali Khamenei, che secondo quanto riferito da alcuni funzionari iraniani al Telegraph, ha posto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica in uno stato di allerta più elevato rispetto a quello in cui si trovava durante la guerra con Israele, l’anno scorso. Inoltre, il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad in una dichiarazione riportata dalla televisione statale ha avvertito che chiunque partecipi alle proteste sarà considerato un “nemico di Dio”, accusa punibile con la pena di morte.
Intanto, il sito Netblocks conferma che il blocco di web in Iran è ormai attivo da 36 ore. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, ha sollecitato anche stamattina i dissidenti a mettere in atto uno sciopero generale: “Sono certo che, rendendo la nostra presenza in piazza più concentrata e, allo stesso tempo, interrompendo i canali finanziari, rovesceremo completamente la Repubblica Islamica e il suo logoro e fragile meccanismo di repressione”. A rilanciare questo suggerimento è stata la television pubblica israeliana Kan.
“Chiedo a tutti voi di scendere in piazza oggi e domani dalle 18 con bandiere, immagini e simboli nazionali e di occupare gli spazi pubblici. Il nostro obiettivo non è più solo scendere in piazza, ma prepararci a occupare e difendere i centri cittadini”. Pahlavi ha chiesto di prepararsi a rimanere in piazza a lungo e di fare scorta di provviste.
Il regime sciita usa il pugno di ferro, nonostante il governo avvia chiesto “moderazione” verso i manifestanti pacifici, che si sono saldati tra le istanze degli studenti e quelle dei commercianti. Indicativa la partecipazione ai cortei e agli scioperi dei bottegai del Gran Bazar di Teheran, per tradizione poco inclini alle proteste pubbliche.
L’agenzia Hrana rimarca che alla base di questa esplosione di malcontento contro l’ayatollah Khamenei c’è stato il crollo del rial con evidenti difficoltà economiche per l’acquisto di beni di prima necessità. La mossa del regime di promettere 7 dollari al mese per ogni capofamiglia non sembra stia dando i frutti sperati, dato che le proteste e i raduni, anche notturni, proseguono.
Chi crede che la dittatura religiosa sia giunta al termine è proprio Pahlavi, che nel suo messaggio ha annunciato che sta “preparando il ritorno nella mia patria” in un giorno “molto vicino”. Dagli Stati Uniti, il segretario di Stato Marco Rubio conferma l’appoggio alle proteste, ma non parla di intervento diretto in loro difesa, come aveva fatto giorni fa il presidente Trump. In Israele, un funzionario a Channel 12 ha rilevato che “non abbiamo ancora raggiunto la massa critica e il regime non è sull’orlo del collasso, ma il grafico delle proteste è in continua e chiara crescita, a un ritmo che non si vedeva nelle settimane precedenti”.












