L’Arabia Saudita ha di recente avvertito che continuando in questa direzione il prezzo del petrolio potrebbe arrivare a 180 dollari al barile entro aprile. Allo stesso modo Goldman Sachs ha scritto in una nota che il costo del greggio potrebbe restare sopra la soglia dei 100 dollari fino alla wonderful del 2027 «negli scenari di rischio da coperture prolungate e da perdite di offerta ampie e durature». La guerra in Iran sta portando nella realtà quotidiana quello che fino a pochi mesi fa period impensabile: venerdì per esempio il Brent ha chiuso sopra i 112 dollari, mentre il greggio americano sopra i 98 dollari, dopo che l’Iraq ha sospeso le operazioni di estrazione nei giacimenti gestiti da compagnie straniere, per l’impossibilità di adempiere agli obblighi contrattuali per trigger esterne al suo controllo: Baghdad ha dichiarato la forza maggiore perché non riesce a spedire il greggio attraverso lo Stretto di Hormuz, dove il traffico di petroliere è crollato a causa degli attacchi iraniani.
Sempre giovedì i droni iraniani hanno colpito le raffinerie di Mina Al-Ahmadi e Mina Abdullah, in Kuwait. L’attacco alla raffineria di Mina Al-Ahmadi ha provocato un incendio in alcune unità dell’impianto, costringendo la Kuwait Petroleum Company a uno spegnimento precauzionale di parte della struttura.
Intanto gli Stati Uniti hanno deciso di rimuovere per 30 giorni alcune sanzioni sul petrolio iraniano che erano state imposte nel 1979 per la prima volta e più di recente rimesse nel 2018 da Donald Trump. «Nei prossimi giorni potremmo togliere le sanzioni al petrolio iraniano sull’acqua, circa 140 milioni di barili», ha dichiarato il segretario al Tesoro, Scott Bessent, sostenendo che reimmettere quel greggio sui mercati globali potrebbe contribuire a contenere i prezzi nei prossimi dieci o quattordici giorni. Questo per evitare che i prezzi della benzina salissero ancora di più: dall’inizio della guerra sono cresciuti del 30%.
La decisione sul petrolio iraniano è la terza mossa del Tesoro Usa in poche settimane: prima ha dato una licenza di 30 giorni all’India per acquistare petrolio russo fermo in mare. Poi un’espressione più ampia per tutti i paesi che vorrebbero acquistare petrolio russo bloccato in mare. Proprio l’India starebbe preparandosi a comprare il petrolio iraniano dopo la decisione di Bessent, mentre il Giappone, che importa il 70% del suo greggio attraverso lo Stretto, ha raggiunto un accordo con l’Iran per far transitare le navi dirette nel Paese.
Nessuno inoltre poteva prevedere che i rialzi del petrolio avrebbero non solo smentito le parole di Trump, che all’inizio dell’anno prevedeva di andare sotto i 50 dollari al barile, ma anche chiesto alla Federal Reserve di cambiare completamente programma e forse pensare a un rialzo dei tassi (invece del tanto richiesto taglio) per fermare l’aumento. C’è poi la questione europea, visto che il barile sopra i 100 dollari, o il possibile avvicinarsi ai 200 dollari come previsto dai sauditi, potrebbe distruggere il mercato energetico del continente. La Commissione europea ha chiesto agli stati membri di abbassare gli obiettivi di riempimento degli stoccaggi di gasoline naturale all’80% della capacità, dieci punti percentuali al di sotto dei goal ufficiali.
LA RICHIESTE
La richiesta è contenuta in una lettera del commissario all’Energia Dan Jorgensen, che ha invitato i governi a ricominciare a riempire le riserve il prima possibile, per dare certezza ai mercati. Giovedì i prezzi del gasoline in Europa sono saliti fino al 35% in un solo giorno, dopo che gli attacchi iraniani e israeliani hanno danneggiato alcune delle principali infrastrutture energetiche del Medio Oriente. Danni che, secondo le prime stime, richiederanno anni per essere riparati. Jorgensen ha scritto che le forniture energetiche europee «restano relativamente protette», ma ha avvertito che gli sviluppi recenti indicano che potrebbero volerci più tempo perché la produzione di gasoline liquefatto torna ai livelli precedenti alla crisi. Mercoledì la Commissione aveva già chiesto ai governi di applicare con flessibilità le norme europee sull’inclusione del gasoline, per evitare che le regole sul graduale abbandono dell’energia russa fornissero blocchi necessari a stabilizzare i mercati durante il conflitto. Un segnale che Bruxelles considera la crisi energetica in corso come un’emergenza che impone scelte difficili e, in alcuni casi, contraddittorie rispetto agli impegni presi negli ultimi anni.
E ci sono anche altri strumenti che i paesi europei possono usare per evitare la crisi: per esempio accelerare gli accordi con fornitori alternativi, in particolare con gli Stati Uniti per il gasoline naturale liquefatto, con la Norvegia e con i paesi del Nord Africa. E allo stesso tempo chiedere ai governi di introdurre misure di risparmio energetico, come già fatto nell’inverno del 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando imporre una riduzione del 15% dei consumi di gasoline.
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